C'era una volta una bambina che fu mandata a portare il pane e il latte alla nonna. Mentre attraversava il bosco incontrò un lupo, che le domandò dove stesse andando. " Sto andando dalla nonna." Il lupo scappò via e giunse a casa della nonna prima di lei. Uccise la nonna, versò il suo sangue in una bottiglia e affettò le sue carni su di un vassoio. Poi, indossò la sua camicia da notte e si mise ad aspettare nel letto. Toc toc. "Entra, mia cara." " Ti ho portato il pane e il latte, nonnina." Mangia qualcosa, mia cara. Nella dispensa c'è della carne e del vino." La bambina mangiò quello che la nonna le aveva offerto. Quando ebbe finito, un micio commentò: " Che screanzata! Ha mangiato la carne di sua nonna e ne ha bevuto il sangue!" E poi il lupo disse: " Spogliati e vieni qui nel letto accanto a me." "Dove metto la gonna?" "Gettala nel fuoco: non ti servirà mai più." Via via che si spogliava la bambina faceva la stessa domanda: " Dove metto il grembiule? E il corpetto? E le calze?", e ogni volta il lupo rispondeva: "Nel fuoco: non ti servirà mai più." Quando la piccola entrò nel letto, esclamò: "Nonna... quanti peli hai!" "E' per tenermi calda, mia cara." "Oh, nonna... che unghie lunghe che hai!" " E' per grattarmi meglio." "Oh, nonna... che denti grandi che hai!" "Per mangiarti meglio, mia cara." E la divorò.
martedì 24 luglio 2012
Entr' acte: la vera storia di Cappuccetto Rosso
C'era una volta una bambina che fu mandata a portare il pane e il latte alla nonna. Mentre attraversava il bosco incontrò un lupo, che le domandò dove stesse andando. " Sto andando dalla nonna." Il lupo scappò via e giunse a casa della nonna prima di lei. Uccise la nonna, versò il suo sangue in una bottiglia e affettò le sue carni su di un vassoio. Poi, indossò la sua camicia da notte e si mise ad aspettare nel letto. Toc toc. "Entra, mia cara." " Ti ho portato il pane e il latte, nonnina." Mangia qualcosa, mia cara. Nella dispensa c'è della carne e del vino." La bambina mangiò quello che la nonna le aveva offerto. Quando ebbe finito, un micio commentò: " Che screanzata! Ha mangiato la carne di sua nonna e ne ha bevuto il sangue!" E poi il lupo disse: " Spogliati e vieni qui nel letto accanto a me." "Dove metto la gonna?" "Gettala nel fuoco: non ti servirà mai più." Via via che si spogliava la bambina faceva la stessa domanda: " Dove metto il grembiule? E il corpetto? E le calze?", e ogni volta il lupo rispondeva: "Nel fuoco: non ti servirà mai più." Quando la piccola entrò nel letto, esclamò: "Nonna... quanti peli hai!" "E' per tenermi calda, mia cara." "Oh, nonna... che unghie lunghe che hai!" " E' per grattarmi meglio." "Oh, nonna... che denti grandi che hai!" "Per mangiarti meglio, mia cara." E la divorò.
lunedì 16 luglio 2012
Da lei all' eternità - Nick Cave
Voglio raccontarvi di una ragazza
Sapete, viveva nella stanza 29
Esattamente quella sopra la mia
Io comincio a piangere, io comincio a piangere -e
O la sento camminare
Camminare scalza sulle assi del pavimento
Per tutta questa notte solitaria
E io stesso sento anche lei che piange
Lacrime calde che scendono giù
Filtrando attraverso le fessure
Giù sul mio viso, le lascio scivolare nella mia bocca!
Cammina e piange, cammina e piange - e!
Da lei all' eternità
Da lei all' eternità
Da lei all' eternità
Sulle sue lenzuola lessi il suo diario
Esaminando ogni microscopico granello di polvere
Strappai una pagina e me la infilai sotto la maglia
Scappai dalla finestra
E scesi aggrappato ad un rampicante
Fuori dal suo incubo e nuovamente dentro il mio
Il mio! O sì, il mio!
Da lei all' eternità
Da lei all' eternità
Da lei all' eternità
Piangere! Piangere! Piangere!
Gioca a fare l' intellettuale, ci scommetto!
E stando così con l' orecchio rivolto al soffitto
Sentite, io so che può sembrare assurdo
Ma posso sentire il suono più malinconico
Che io abbia mai sentito!
Cammina e piange, si inginocchia e piange!
Da lei all' eternità
Da lei all' eternità
O ditemi perché? Perché? Perché?
Perché il soffitto trema ancora?
Perché i mobili diventano serpenti e vipere?
Questo desiderio di possederla è un vero strazio
E mi tormenta come una megera
Ma io so bene che possederla
Significa non desiderarla
O, O, O adesso sapete, quella ragazzina vorrebbe andarsene!
Via! Via - a - a! Da lei all' eternità.
Sapete, viveva nella stanza 29
Esattamente quella sopra la mia
Io comincio a piangere, io comincio a piangere -e
O la sento camminare
Camminare scalza sulle assi del pavimento
Per tutta questa notte solitaria
E io stesso sento anche lei che piange
Lacrime calde che scendono giù
Filtrando attraverso le fessure
Giù sul mio viso, le lascio scivolare nella mia bocca!
Cammina e piange, cammina e piange - e!
Da lei all' eternità
Da lei all' eternità
Da lei all' eternità
Sulle sue lenzuola lessi il suo diario
Esaminando ogni microscopico granello di polvere
Strappai una pagina e me la infilai sotto la maglia
Scappai dalla finestra
E scesi aggrappato ad un rampicante
Fuori dal suo incubo e nuovamente dentro il mio
Il mio! O sì, il mio!
Da lei all' eternità
Da lei all' eternità
Da lei all' eternità
Piangere! Piangere! Piangere!
Gioca a fare l' intellettuale, ci scommetto!
E stando così con l' orecchio rivolto al soffitto
Sentite, io so che può sembrare assurdo
Ma posso sentire il suono più malinconico
Che io abbia mai sentito!
Cammina e piange, si inginocchia e piange!
Da lei all' eternità
Da lei all' eternità
O ditemi perché? Perché? Perché?
Perché il soffitto trema ancora?
Perché i mobili diventano serpenti e vipere?
Questo desiderio di possederla è un vero strazio
E mi tormenta come una megera
Ma io so bene che possederla
Significa non desiderarla
O, O, O adesso sapete, quella ragazzina vorrebbe andarsene!
Via! Via - a - a! Da lei all' eternità.
giovedì 12 luglio 2012
Dal diario di Etty Hillesum
Lunedì 4 agosto 1941, le due e mezzo di pomeriggio. S. dice che l'amore per tutti gli uomini è superiore all'amore per un uomo solo: perché l'amore per il singolo è una forma di amore di sé. S. è un uomo maturo di 55 anni, che ha raggiunto questo stadio di amore per tutti gli uomini dopo aver amato molte persone singole, nel corso della sua lunga vita. Io sono una donnetta di 27 anni; anch'io mi porto dentro questo grande amore per tutta l'umanità, eppure mi domando se non continuerò a cercarmi il mio unico uomo. E mi domando fino a che punto questo sia un limite della donna: fino a che punto si tratti cioè di una tradizione di secoli, da cui la donna si debba affrancare, oppure una qualità talmente essenziale che la donna farebbe violenza a se stessa se desse il proprio amore a tutta l'umanità ( non sono ancora in grado di concepire una sintesi ). Forse, la mancanza di donne nel campo della scienza e nell'arte si spiega così: col fatto che la donna si cerca sempre un uomo solo, a cui trasmette poi tutta la propria conoscenza, calore, amore, capacità creativa.
La donna cerca l'uomo e non l'umanità.
(...)
27 febbraio, venerdì mattina, le dieci. Mi sembra presuntuoso affermare che un uomo possa determinare il proprio destino dall'interno. Quel che invece un uomo ha in mano è il proprio orientamento interiore verso il destino. I fatti esterni non bastano per capire la vita di una persona: bisogna conoscere i sogni, i rapporti con la famiglia, gli stati d'animo, le delusioni, la malattia e la morte.
Mercoledì mattina presto, quando con un gruppo numeroso ci siamo trovati in quel locale della Gestapo, i fatti delle nostre vite erano tutti uguali: eravamo tutti nello stesso ambiente, gli uomini dietro alla scrivania come quelli che venivano interrogati. Ciò che qualificava la vita di ciascuno era l'atteggiamento interiore verso quei fatti. Si notava subito un giovane che camminando su e giù con un'espressione palesemente scontenta, assillata e tormentata. Cercava in continuazione pretesti per urlare a quei disgraziati ebrei: "Mani fuori dalle tasche, per favore...", ecc. Per me era da compiangere più di coloro a cui stava urlando; e questi, a loro volta, facevano pena nella misura in cui erano impauriti. Quando mi sono presentata davanti alla scrivania, mi ha urlato improvvisamente: " Che ci trova di ridicolo?". Avrei risposto volentieri: "Niente, tranne lei" , ma per diplomazia m'è parso meglio lasciar stare. "Lei ride tutto il tempo" continuava a urlare lui. E io in tutta innocenza: "Non me ne accorgo proprio, è la mia faccia normale". E lui: "Per favore non dica scemenze, vada fffuori", con una faccia che voleva dire: tra poco mi sentirai. Credo che questo fosse il momento psicologico in cui avrei dovuto spaventarmi a morte, ma quel trucco l'ho capito troppo in fretta.
In fondo, io non ho paura. Non per una forma di temerarietà, ma perché sono cosciente del fatto che ho sempre a che fare con degli esseri umani, e che cercherò di capire ogni espressione, di chiunque sia e fin dove mi sarà possibile. E il fatto storico di quella mattina non era che un infelice ragazzo della Gestapo si mettesse a urlare contro di me, ma che francamente io non ne provassi sdegno - anzi, che mi facesse pena, tanto che avrei voluto chiedergli: hai avuto una giovinezza così triste, o sei stato tradito dalla tua ragazza? Aveva un'aria così tormentata e assillata, del resto anche molto sgradevole e molle.
Avrei voluto cominciare subito a curarlo, ben sapendo che questi ragazzi sono da compiangere fin tanto che non sono in grado di fare del male, ma che diventano pericolosissimi se sono lasciati liberi di avventarsi sull'umanità. E' solo il sistema che usa questo tipo di persone a essere criminale. E quando si parla di sterminare, allora che sia il male dell'uomo, non l'uomo stesso.
Un'altra cosa ancora dopo quella mattina: la mia consapevolezza di non essere capace di odiare gli uomini malgrado il dolore e l'ingiustizia che ci sono al mondo, la coscienza che tutti questi orrori non sono un pericolo misterioso e lontano al di fuori di noi, ma che si trovano vicinissimi e nascono dentro di noi. E perciò sono molto più famigliari e assai meno terrificanti. Quel che fa paura è il fatto che certi sistemi possono crescere al punto di superare gli uomini e da tenerli stretti in una morsa diabolica, gli autori come le vittime: così, grandi edifici e torri, costruiti dagli uomini con le loro mani, s'innalzano sopra di noi, ci dominano, e possono crollarci addosso e seppellirci.
Venerdi mattina. Una volta è un Hitler; un'altra è Ivan il Terribile, per quanto mi riguarda; in un caso è la rassegnazione, in un altro sono le guerre, o la peste e i terremoti e la carestia. Quel che conta in definitiva è come si porta, sopporta e risolve il dolore, e se si riesce a mantenere intatto un pezzetto della propria anima.
Etty Hillesum. Middelburg, 15 gennaio 1914 - Auschwitz , 30 novembre 1943.
La donna cerca l'uomo e non l'umanità.
(...)
27 febbraio, venerdì mattina, le dieci. Mi sembra presuntuoso affermare che un uomo possa determinare il proprio destino dall'interno. Quel che invece un uomo ha in mano è il proprio orientamento interiore verso il destino. I fatti esterni non bastano per capire la vita di una persona: bisogna conoscere i sogni, i rapporti con la famiglia, gli stati d'animo, le delusioni, la malattia e la morte.
Mercoledì mattina presto, quando con un gruppo numeroso ci siamo trovati in quel locale della Gestapo, i fatti delle nostre vite erano tutti uguali: eravamo tutti nello stesso ambiente, gli uomini dietro alla scrivania come quelli che venivano interrogati. Ciò che qualificava la vita di ciascuno era l'atteggiamento interiore verso quei fatti. Si notava subito un giovane che camminando su e giù con un'espressione palesemente scontenta, assillata e tormentata. Cercava in continuazione pretesti per urlare a quei disgraziati ebrei: "Mani fuori dalle tasche, per favore...", ecc. Per me era da compiangere più di coloro a cui stava urlando; e questi, a loro volta, facevano pena nella misura in cui erano impauriti. Quando mi sono presentata davanti alla scrivania, mi ha urlato improvvisamente: " Che ci trova di ridicolo?". Avrei risposto volentieri: "Niente, tranne lei" , ma per diplomazia m'è parso meglio lasciar stare. "Lei ride tutto il tempo" continuava a urlare lui. E io in tutta innocenza: "Non me ne accorgo proprio, è la mia faccia normale". E lui: "Per favore non dica scemenze, vada fffuori", con una faccia che voleva dire: tra poco mi sentirai. Credo che questo fosse il momento psicologico in cui avrei dovuto spaventarmi a morte, ma quel trucco l'ho capito troppo in fretta.
In fondo, io non ho paura. Non per una forma di temerarietà, ma perché sono cosciente del fatto che ho sempre a che fare con degli esseri umani, e che cercherò di capire ogni espressione, di chiunque sia e fin dove mi sarà possibile. E il fatto storico di quella mattina non era che un infelice ragazzo della Gestapo si mettesse a urlare contro di me, ma che francamente io non ne provassi sdegno - anzi, che mi facesse pena, tanto che avrei voluto chiedergli: hai avuto una giovinezza così triste, o sei stato tradito dalla tua ragazza? Aveva un'aria così tormentata e assillata, del resto anche molto sgradevole e molle.
Avrei voluto cominciare subito a curarlo, ben sapendo che questi ragazzi sono da compiangere fin tanto che non sono in grado di fare del male, ma che diventano pericolosissimi se sono lasciati liberi di avventarsi sull'umanità. E' solo il sistema che usa questo tipo di persone a essere criminale. E quando si parla di sterminare, allora che sia il male dell'uomo, non l'uomo stesso.
Un'altra cosa ancora dopo quella mattina: la mia consapevolezza di non essere capace di odiare gli uomini malgrado il dolore e l'ingiustizia che ci sono al mondo, la coscienza che tutti questi orrori non sono un pericolo misterioso e lontano al di fuori di noi, ma che si trovano vicinissimi e nascono dentro di noi. E perciò sono molto più famigliari e assai meno terrificanti. Quel che fa paura è il fatto che certi sistemi possono crescere al punto di superare gli uomini e da tenerli stretti in una morsa diabolica, gli autori come le vittime: così, grandi edifici e torri, costruiti dagli uomini con le loro mani, s'innalzano sopra di noi, ci dominano, e possono crollarci addosso e seppellirci.
Venerdi mattina. Una volta è un Hitler; un'altra è Ivan il Terribile, per quanto mi riguarda; in un caso è la rassegnazione, in un altro sono le guerre, o la peste e i terremoti e la carestia. Quel che conta in definitiva è come si porta, sopporta e risolve il dolore, e se si riesce a mantenere intatto un pezzetto della propria anima.
Etty Hillesum. Middelburg, 15 gennaio 1914 - Auschwitz , 30 novembre 1943.
lunedì 2 luglio 2012
lunedì 25 giugno 2012
George Grosz
L'uomo non è buono - è un animale! Il genere umano ha creato un sistema sociale spregevole in cui pochi sono al vertice e molti alla base. Alcuni guadagnano milioni, mentre migliaia su migliaia hanno appena l'indispensabile.
Con queste parole a commento di un proprio disegno del 1920, dal titolo Alle 5 del mattino! , il pittore George Grosz (Berlino, 26 luglio 1893 - Berlino, 6 luglio 1959) sintetizzava chiaramente il suo pensiero durante gli anni della Repubblica di Weimar, e sulla società, sempre più in declino di valori morali ed economici. I suoi disegni, caustici, apocalittici e taglienti denunciano senza alcuna retorica la situazione delicata e corrotta di quell'epoca particolare. Grosz, assieme al pittore Otto Dix, apparteneva al movimento Espressionista ( poi, dal 1925 circa, a quello della Nuova Oggettività).
Così descrisse gli anni '20 della Germania della Repubblica di Weimar: Si udivano ovunque voci di odio. L'odio era universale: odio contro gli ebrei, contro gli Junker, contro i capitalisti, i comunisti, i militaristi, i proprietari di case, i lavoratori, l'esercito, la commissione alleata di controllo, le corporazioni, i politici, i grandi magazzini, e ancora contro gli ebrei. Infuriava una vera orgia d'odio, e la debole repubblica era appena discernibile...Il mondo tedesco era negativo, virtualmente in sfacelo, anche se appariva felice e gaio; nulla sembrava presagire l'imminente avvento della barbarie.
Una spiazzante opera di Grosz, intitolata Wie werde ich...reich? (come diventare ricchi), è una sequenza di dodici vignette, pubblicate sulla rivista "Die Pleite" nel 1923. Ogni disegno/vignetta ha un proprio sottotitolo circa le "istruzioni" per diventare ricchi:
Sposa la donna giusta.
Diventa una star del cinema,
Vinci battaglie, perdi guerre, scrivi le tue memorie e investi in dollari e sterline d'argento.
Diventa un fascista e specula sui progrom per acquistare le proprietà degli ebrei.
Colleziona cicche di sigari.
Lancia una lotteria sportiva.
Diventa un separatista e i franchi entreranno da soli nelle tue tasche.
Entra in politica.
Diventa intermediario.
Fatti eleggere in Parlamento.
Sostieni il dollaro e fatti prestare i soldi dal governo.
Mai con il lavoro!
Le opere di Grosz, quelle di Dix, di Meidner, di Beckmann hanno coraggiosamente assunto l'importante ruolo di critica sociale, quei pittori pensatori che, nel giro di alcuni anni, Adolf Hitler etichettò come "degenerati".
mercoledì 20 giugno 2012
Da La mia scoperta dell'America - di Vladimir V. Majakovskij
MESSICO
...ma lo spettacolo più amato, quello più affollato, è la corrida.
L'enorme arena, tutta d'acciaio, è il solo edificio costruito a regola d'arte con un'imponenza tutta americana.
Circa cinquantamila persone, Molto prima della domenica, i giornali annunciano:
los ocho toros
(otto tori)
Si possono visitare in anticipo tori e cavalli che parteciperanno al combattimento. Famosi toreadores, matadores e picadores partecipano alla festa. All'ora stabilita, migliaia di carrozze, di signore del bel mondo che girano in Rolls-Royce, con le loro scimmiette addomesticate, e decine di migliaia di pedoni si avventano verso l'edificio d'acciaio.
I prezzi dei biglietti, tutti incettati dai bagarini, raddoppiano.
L'arena è all'aperto.
L'aristocrazia acquista i biglietti per il lato in ombra, quello più caro; la plebe per quello più economico, al sole. Se, uccisi due soli tori, in un programma che ne prevede sei o otto, la pioggia costringe ad interrompere il massacro, il pubblico (così è successo il giorno del mio arrivo) si imbestialisce e organizza un progrom dell'amministrazione e delle parti in legno.
Interviene allora la polizia e, con gli idranti, comincia ad annaffiare il settore assolato (plebeo).
Se non basta comincia a sparare, sempre su quelli al sole.
Toro.
Una folla enorme aspetta, di fronte all'ingresso, i propri beniamini, i toreri. Altolocati cittadini tentano di farsi fotografare accanto ad un altero matador; aristocratiche signore da loro da tenere in braccio i propri figli, evidentemente per riceverne il benefico influsso. I fotografi si appostano in un certo senso quasi sulle corna dei tori e la corrida prende il via.
Inizia con una festosa parata che dispensa scintilii a destra e a manca. E subito il pubblico, preso dalla furia, lancia nell'arena giacche, portamonete e guanti ai propri beniamini. A paragone con tutto ciò il prologo, quando cioè il toreador stuzzica il toro col suo drappo rosso, si svolge in un''atmosfera amena e pacifica. Ma con l'arrivo dei banderilleros, quando lo prime picche affondano nel collo del toro, quando i picadores squarciano i fianchi dell'animale e il toro a poco a poco si fa tutto rosso, quando le sue corna infuriate si imprimono nei ventri dei cavalli e i cavalli dei picadores per un attimo ancora corrono eruttando viscere, quello è il momento in cui la gioia insensata del pubblico tocca l'apice. Ho visto un uomo schizzar via dal proprio posto, afferrare il drappo del toreador e sventolarlo sotto il muso del toro.
E ho provato un'immensa gioia: il toro è stato capace di infilzare un corno nel costato dell'uomo, vendicando i suoi compagni.
L'uomo è stato portato via.
Nessuno gli ha prestato attenzione.
Non ho potuto né ho voluto vedere quando hanno portato la spada all'assassino capo e come egli l'abbia immersa nel cuore del toro. Solo dall'insensato fragore della folla ho capito che l'opera era terminata. In basso scuoiatori e coltelli erano già in attesa della bestia. Il mio unico rammarico era che non si potessero fissare delle mitragliatrici alle corna dei tori per poi insegnar loro a sparare.
Perché mai si dovrebbe avere pietà di una simile umanità?
NEW YORK
"Mosca. E' in Polonia?" mi chiesero al consolato americani in Messico.
"No" risposi "E' in URSS".
Neanche un attimo di turbamento.
Ottenni il visto.
Più tardi venni a sapere che se un americano deve affilare punte di un ago, riuscirà a farlo meglio di chiunque altro al mondo, senza tuttavia interessarsi delle crune. Le crune degli aghi non rientrano nel suo lavoro ed egli non si sente in obbligo di occuparsene.
Loredo. Frontiera con gli USA.
In uno stentato miscuglio di inglese e francese (puri brandelli di lingua), spiego a lungo scopi e diritti del mio ingresso in quel paese.
L'americano ascolta, tace, medita, non capisce, poi mi dice in russo:
"Sei giudeo?"
Resto di stucco.
L'americano non si inoltra in questo tema per mancanza di vocaboli.
Resta lì imbarazzato e, dopo una decina di minuti, mi dice a bruciapelo:
"Granderusso?"
"Granderusso, granderusso", faccio io tutto contento, resomi conto che nell'americano non c'era desiderio di progrom. Puro interesse burocratico. L'americano ci pensa ancora un po' su, indi sentenzia:
"Alla commissione"
Un distinto signore, sino ad allora niente di più che un normale passeggero, infilatosi un berretto gallonato, si rivelò un poliziotto addetto all'emigrazione.
Il poliziotto mi fece salire su un'auto assieme alle mie cose. Ci accostammo ed entrammo in una casa dove un uomo in maniche di camicia sedeva sotto la bandiera stellata.
Dietro quell'uomo si vedevano delle altre camere con delle grate. Venni messo in una di queste, assieme alle mie cose.
Tentai di uscire, ma delle zampe che erano tutto un programma mi risbatterono indietro.
Poco lontano si udiva il fischio del mio treno per New York.
Restai lì quattro ore.
Entrarono ad informarsi in quale lingua mi sarei espresso.
Per timidezza (è imbarazzante non sapere neppure una lingua) indicai il francese.
Mi condussero in un'altra stanza.
Quattro tipi minacciosi e un francese, l'interprete.
In francese so dire giusto qualcosa di molto semplice sul tè e i pasticcini, ma della frase che mi disse il francese non capii un accidente; così mi aggrappai convulsamente all'ultima parola, tentando di penetrarne il significato nascosto, ricorrendo all'intuizione.
E mentre io cercavo di penetrare questo significato, il francese s'era perfettamente reso conto che io non avevo capito un bel niente. Gli americani fecero un gesto con le mani e mi portarono via.
Restai lì per altre due ore, riuscendo a trovare nel dizionario l'ultima parola che il francese aveva detto.
Venne fuori che voleva dire:
'Giuramento'
1925
...ma lo spettacolo più amato, quello più affollato, è la corrida.
L'enorme arena, tutta d'acciaio, è il solo edificio costruito a regola d'arte con un'imponenza tutta americana.
Circa cinquantamila persone, Molto prima della domenica, i giornali annunciano:
los ocho toros
(otto tori)
Si possono visitare in anticipo tori e cavalli che parteciperanno al combattimento. Famosi toreadores, matadores e picadores partecipano alla festa. All'ora stabilita, migliaia di carrozze, di signore del bel mondo che girano in Rolls-Royce, con le loro scimmiette addomesticate, e decine di migliaia di pedoni si avventano verso l'edificio d'acciaio.
I prezzi dei biglietti, tutti incettati dai bagarini, raddoppiano.
L'arena è all'aperto.
L'aristocrazia acquista i biglietti per il lato in ombra, quello più caro; la plebe per quello più economico, al sole. Se, uccisi due soli tori, in un programma che ne prevede sei o otto, la pioggia costringe ad interrompere il massacro, il pubblico (così è successo il giorno del mio arrivo) si imbestialisce e organizza un progrom dell'amministrazione e delle parti in legno.
Interviene allora la polizia e, con gli idranti, comincia ad annaffiare il settore assolato (plebeo).
Se non basta comincia a sparare, sempre su quelli al sole.
Toro.
Una folla enorme aspetta, di fronte all'ingresso, i propri beniamini, i toreri. Altolocati cittadini tentano di farsi fotografare accanto ad un altero matador; aristocratiche signore da loro da tenere in braccio i propri figli, evidentemente per riceverne il benefico influsso. I fotografi si appostano in un certo senso quasi sulle corna dei tori e la corrida prende il via.
Inizia con una festosa parata che dispensa scintilii a destra e a manca. E subito il pubblico, preso dalla furia, lancia nell'arena giacche, portamonete e guanti ai propri beniamini. A paragone con tutto ciò il prologo, quando cioè il toreador stuzzica il toro col suo drappo rosso, si svolge in un''atmosfera amena e pacifica. Ma con l'arrivo dei banderilleros, quando lo prime picche affondano nel collo del toro, quando i picadores squarciano i fianchi dell'animale e il toro a poco a poco si fa tutto rosso, quando le sue corna infuriate si imprimono nei ventri dei cavalli e i cavalli dei picadores per un attimo ancora corrono eruttando viscere, quello è il momento in cui la gioia insensata del pubblico tocca l'apice. Ho visto un uomo schizzar via dal proprio posto, afferrare il drappo del toreador e sventolarlo sotto il muso del toro.
E ho provato un'immensa gioia: il toro è stato capace di infilzare un corno nel costato dell'uomo, vendicando i suoi compagni.
L'uomo è stato portato via.
Nessuno gli ha prestato attenzione.
Non ho potuto né ho voluto vedere quando hanno portato la spada all'assassino capo e come egli l'abbia immersa nel cuore del toro. Solo dall'insensato fragore della folla ho capito che l'opera era terminata. In basso scuoiatori e coltelli erano già in attesa della bestia. Il mio unico rammarico era che non si potessero fissare delle mitragliatrici alle corna dei tori per poi insegnar loro a sparare.
Perché mai si dovrebbe avere pietà di una simile umanità?
NEW YORK
"Mosca. E' in Polonia?" mi chiesero al consolato americani in Messico.
"No" risposi "E' in URSS".
Neanche un attimo di turbamento.
Ottenni il visto.
Più tardi venni a sapere che se un americano deve affilare punte di un ago, riuscirà a farlo meglio di chiunque altro al mondo, senza tuttavia interessarsi delle crune. Le crune degli aghi non rientrano nel suo lavoro ed egli non si sente in obbligo di occuparsene.
Loredo. Frontiera con gli USA.
In uno stentato miscuglio di inglese e francese (puri brandelli di lingua), spiego a lungo scopi e diritti del mio ingresso in quel paese.
L'americano ascolta, tace, medita, non capisce, poi mi dice in russo:
"Sei giudeo?"
Resto di stucco.
L'americano non si inoltra in questo tema per mancanza di vocaboli.
Resta lì imbarazzato e, dopo una decina di minuti, mi dice a bruciapelo:
"Granderusso?"
"Granderusso, granderusso", faccio io tutto contento, resomi conto che nell'americano non c'era desiderio di progrom. Puro interesse burocratico. L'americano ci pensa ancora un po' su, indi sentenzia:
"Alla commissione"
Un distinto signore, sino ad allora niente di più che un normale passeggero, infilatosi un berretto gallonato, si rivelò un poliziotto addetto all'emigrazione.
Il poliziotto mi fece salire su un'auto assieme alle mie cose. Ci accostammo ed entrammo in una casa dove un uomo in maniche di camicia sedeva sotto la bandiera stellata.
Dietro quell'uomo si vedevano delle altre camere con delle grate. Venni messo in una di queste, assieme alle mie cose.
Tentai di uscire, ma delle zampe che erano tutto un programma mi risbatterono indietro.
Poco lontano si udiva il fischio del mio treno per New York.
Restai lì quattro ore.
Entrarono ad informarsi in quale lingua mi sarei espresso.
Per timidezza (è imbarazzante non sapere neppure una lingua) indicai il francese.
Mi condussero in un'altra stanza.
Quattro tipi minacciosi e un francese, l'interprete.
In francese so dire giusto qualcosa di molto semplice sul tè e i pasticcini, ma della frase che mi disse il francese non capii un accidente; così mi aggrappai convulsamente all'ultima parola, tentando di penetrarne il significato nascosto, ricorrendo all'intuizione.
E mentre io cercavo di penetrare questo significato, il francese s'era perfettamente reso conto che io non avevo capito un bel niente. Gli americani fecero un gesto con le mani e mi portarono via.
Restai lì per altre due ore, riuscendo a trovare nel dizionario l'ultima parola che il francese aveva detto.
Venne fuori che voleva dire:
'Giuramento'
1925
domenica 17 giugno 2012
Tinissima
Non c'è nulla di più persuasivo ed espressivo di ciò che possiamo vedere con i nostri occhi. Sia che descriviamo un attacco armato della polizia contro una manifestazione di operai, o il corpo calpestato da un poliziotto a cavallo, o quello di un nero linciato da un boia brutale assetato di sangue, né un disegno, né un'immagine verbale o scritta saranno mai tanto efficaci quanto una riproduzione fotografica. Il fotografo è l'artista grafico più imparziale. Coglie solo ciò che viene offerto al suo obbiettivo nell'attimo esatto in cui scatta. Un'immagine fotografica può essere capita in un altro Paese, da tutte le nazioni... a prescindere dalla lingua, dal titolo e dalle spiegazioni.Tina Modotti






venerdì 15 giugno 2012
Umanità
Oh tu, miliardi due di solitudine
accoppiata, non tema di rinascere,
umanità per te. Mia madre affranta
non ti intese, come me ti aumentò in pena.
Piangere ti ho vista sul gelo dei fiumi,
come un bimbo ferito dall'ardore
dei ghiacci: uccidere, morire, e come
non vissuta, risplendere sulle mura
di grandi chiese. Sui monti ti ho visto
e nelle stalle, a cuccia: vivi come
se fossi: ben ti meriti la morte
per madre! Esangue attendi ti dissanguinano, e
sempre ti addita la pazzia associante,
che ti ritrova in ogni sofferenza.
Attila Jòsef
accoppiata, non tema di rinascere,
umanità per te. Mia madre affranta
non ti intese, come me ti aumentò in pena.
Piangere ti ho vista sul gelo dei fiumi,
come un bimbo ferito dall'ardore
dei ghiacci: uccidere, morire, e come
non vissuta, risplendere sulle mura
di grandi chiese. Sui monti ti ho visto
e nelle stalle, a cuccia: vivi come
se fossi: ben ti meriti la morte
per madre! Esangue attendi ti dissanguinano, e
sempre ti addita la pazzia associante,
che ti ritrova in ogni sofferenza.
Attila Jòsef
mercoledì 6 giugno 2012
David Olère
Le opere di David Olère - nato a Varsavia il 19 gennaio 1902, arrestato in Francia durante i rastrellamenti e deportato nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau - sono la più impressionante e viva testimonianza della memoria di una delle pagine più agghiaccianti della storia dell'uomo. Sopravvissuto al lavoro nel Sonderkommando, di cui Olère ha fatto parte, ha registrato con disegni, schizzi e quadri scene di vita quotidiana nel campo di sterminio. David Olère studiò all'Accademia delle Belle Arti di Varsavia, successivamente si trasferì in Francia, a Parigi, dove frequentò l'ambiente artistico dei quartieri di Montmartre e Montparnasse. Nel 1930 sposò una giovane modista, Juliette, dalla quale ebbe un figlio, Alexandre. Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, David Olère venne mandato in missione a Lons - le - Saunier. Di lì a poco, venne arrestato e imprigionato a Drancy. Il 2 marzo del 1943, Olère fu caricato su un treno dal campo di internamento di Drancy ad Auschwitz. All'arrivo, venne incaricato a lavorare nel campo, assieme ai restanti sopravvissuti alle camere a gas - 119 su circa mille persone scese con lui dal convoglio. La conoscenza di sei lingue e l'abilità di illustratore gli salvarono la vita. Evacuato di nascosto nel gennaio del 1945 a fronte dell'avanzata dell'Armata Rossa, sopravvisse all "marcia della morte" che lo condusse a Mauthausen e a Ebensee, dove venne liberato dall'esercito americano il 6 maggio. David Olère ritornò prima a Varsavia e successivamente a Parigi dal figlio e dalla moglie, alla quale raccontò ciò che aveva visto e vissuto durante la prigionia e il lavoro al Sonderkommando. La moglie sulle prime pensò che il marito fosse diventato pazzo. L'attività artistica di David Olère cominciò nel 1945, sempre registrando i ricordi dell'atroce esperienza concetrazionaria. Partendo da schizzi e disegni, iniziò a dipingere su tela, e nel 1976 donò alcune sue opere al Museo di Arte del kibbutz del Ghetto Fighters. Morì il 21 agosto 1985, nei pressi di Parigi, insidiato dalle teorie negazioniste. Il figlio Alexandre continua ancora oggi a contribuire per riportare alla luce le opere, la testimonianza e la vicenda umana dell'artista.
lunedì 28 maggio 2012
Iscriviti a:
Post (Atom)



