A te, che dovevi esser nato
un secolo dopo, quando avrò ripreso fiato -
dal sottosuolo, come un condannato a morte,
con la mia mano - scriverò:
Amico! Non cercarmi! Altra moda!
Di me non si ricordano nemmeno i vegliardi.
Con la mia bocca non ci si tocca! Oltre le acque del Lete
protendo due mani.
Come due roghi io vedo i tuoi occhi,
fiammeggianti verso di me, nella tomba, nell'inferno.
Quella, vedenti, che non muove neanche una mano,
morta cento anni fa.
Con me, nella mano, quasi una manciata di polvere:
le mie poesie! Vedo: al vento
tu cerchi la casa dove io sono nata - oppure
in cui morirò.
Le donne che ti vengono incontro, quelle, le vive, le felici -
io sono fiera di come le guardi, e colgo le parole:
"Assembramento d' usurpatrici! Siete tutte morte voi!
Lei sola è viva!
Io l'ho servita, in volonontario servizio,
tutti i segreti conoscevo, tutto il fondaco dei suoi anelli!
Saccheggiatrici di defunte! Questi anelli
sono rubati a lei!"
Oh, i miei cento anelli! Mi si tirano le vene,
per la prima volta mi pento
che tanti a destra e a manca ne ho regalati -
non ti avevo aspettato!
E ancora mi fa tristezza che in questa sera
d'oggi così lungamente io sia andata dietro
al sole che tramontava - e incontro
a te: attraverso cento anni.
Scommetto che tu scagli una maledizione
ai miei amici, verso la caligine delle tombe:
"Tutti la lodavate! Ma un abito rosa
nessuno le ha regalato!
Chi era più disinteressato?!" No, io la cupida!
Già che non mi ucciderai, non c'è avidità da nascondere,
che a tutti io chiedevo le lettere
per baciarle di notte.
Dirlo?! Lo dirò! Il non essere è una convenzione.
Tu per me adesso sei il più appassionato degli ospiti
e tu rifiuterai la perla di tutte le amanti
in nome di quella - delle ossa.
Marina Ivanovna Cvetaeva
1919
lunedì 12 novembre 2012
martedì 30 ottobre 2012
All' amato se stesso dedica queste righe l' autore
Quattro.
Pesanti come un colpo.
A Cesare ciò che è di Cesare - a Dio ciò che è di Dio.
Ma uno
come me
dove potrà ficcarsi?
Dove mi si è apprestata una tana?
S' io fossi
piccolo
come il Grande Oceano -
mi leverei sulla punta dei piedi delle onde,
con l' alta marea carezzando la luna.
Dove trovare un' amata
uguale a me?
Angusto sarebbe il cielo per contenerla!
Oh, s' io fossi povero!
Come un miliardario!
Ma che cos' è il denaro per l' anima?
Un ladro insaziabile si annida in essa.
All' orda sfrenata dei miei desideri
non basta l' oro di tutte le Californie.
S' io fossi balbuziente
come Dante
o Petrarca!
Accendere l' anima per una sola!
Ordinarle con i versi di struggersi in cenere!
E le parole
e il mio amore -
sarebbero un arco di trionfo:
Pomposamente,
senza lasciar traccia, vi passerebbero sotto
le amanti di tutti i secoli.
Oh, s' io fossi
silenzioso
come il tuono, -
gemerei,
stringendo con un brivido il decrepito eremo terrestre.
Se urlerò a squarciagola
con la mia voce immensa
le comete torceranno le braccia fiammeggianti,
gettandosi a capofitto dalla malinconia.
Coi raggi degli occhi rosicchierei le notti -
se io fossi
appannato
come il sole!
Ma che bisogno ho io
di abbeverare col mio splendore
il grembo dimagrato della terra!
Morirò,
trascinando con me il mio amore immenso.
In quali notti
quali malattie,
da quali Golia fui generato -
così grande
e così inutile?
Vladimir V. Majakovskij
1916
- All' odiata se stessa nella sera del suo compleanno -
Pesanti come un colpo.
A Cesare ciò che è di Cesare - a Dio ciò che è di Dio.
Ma uno
come me
dove potrà ficcarsi?
Dove mi si è apprestata una tana?
S' io fossi
piccolo
come il Grande Oceano -
mi leverei sulla punta dei piedi delle onde,
con l' alta marea carezzando la luna.
Dove trovare un' amata
uguale a me?
Angusto sarebbe il cielo per contenerla!
Oh, s' io fossi povero!
Come un miliardario!
Ma che cos' è il denaro per l' anima?
Un ladro insaziabile si annida in essa.
All' orda sfrenata dei miei desideri
non basta l' oro di tutte le Californie.
S' io fossi balbuziente
come Dante
o Petrarca!
Accendere l' anima per una sola!
Ordinarle con i versi di struggersi in cenere!
E le parole
e il mio amore -
sarebbero un arco di trionfo:
Pomposamente,
senza lasciar traccia, vi passerebbero sotto
le amanti di tutti i secoli.
Oh, s' io fossi
silenzioso
come il tuono, -
gemerei,
stringendo con un brivido il decrepito eremo terrestre.
Se urlerò a squarciagola
con la mia voce immensa
le comete torceranno le braccia fiammeggianti,
gettandosi a capofitto dalla malinconia.
Coi raggi degli occhi rosicchierei le notti -
se io fossi
appannato
come il sole!
Ma che bisogno ho io
di abbeverare col mio splendore
il grembo dimagrato della terra!
Morirò,
trascinando con me il mio amore immenso.
In quali notti
quali malattie,
da quali Golia fui generato -
così grande
e così inutile?
Vladimir V. Majakovskij
1916
- All' odiata se stessa nella sera del suo compleanno -
sabato 27 ottobre 2012
qualcosa
mi sono finiti i fiammiferi.
le molle del divano
sono rotte.
mi hanno rubato il baule.
mi hanno rubato il ritratto a olio di
due occhi rosa.
la macchina si è rotta.
le anguille si arrampicano sui muri del bagno.
il mio amore è distrutto.
ma la Borsa oggi
è salita.
Charles Bukowski
le molle del divano
sono rotte.
mi hanno rubato il baule.
mi hanno rubato il ritratto a olio di
due occhi rosa.
la macchina si è rotta.
le anguille si arrampicano sui muri del bagno.
il mio amore è distrutto.
ma la Borsa oggi
è salita.
Charles Bukowski
Perdita
Non so se mi ero innamorata di te.
Mi innamorai però di altre cose, lo so:
di una stanza scomoda rivolta a nord,
di una teiera che crepitava di sera.
Degli alberi mi innamorai che tagliavano lo spazio,
dei solitari e soffocanti cinema di quartiere,
dei dolorosi ricordi di prigione,
di un muro ferito dalle bombe.
Delle fermate del tram, delle foglie ricoperte di brina,
di una calda tasca con castagne bruciate,
della pioggia scrosciante, del suono del telefono,
perfino della nebbia fonda color cenere.
Di tutto il mondo mi ero innamorata, non di te.
Lo scoprivo nuovo, interessante, ricco.
Per questo soffro... Non per averti perso.
Altro ho perduto - il mondo intero.
Blaga Dimitrova
Mi innamorai però di altre cose, lo so:
di una stanza scomoda rivolta a nord,
di una teiera che crepitava di sera.
Degli alberi mi innamorai che tagliavano lo spazio,
dei solitari e soffocanti cinema di quartiere,
dei dolorosi ricordi di prigione,
di un muro ferito dalle bombe.
Delle fermate del tram, delle foglie ricoperte di brina,
di una calda tasca con castagne bruciate,
della pioggia scrosciante, del suono del telefono,
perfino della nebbia fonda color cenere.
Di tutto il mondo mi ero innamorata, non di te.
Lo scoprivo nuovo, interessante, ricco.
Per questo soffro... Non per averti perso.
Altro ho perduto - il mondo intero.
Blaga Dimitrova
mercoledì 24 ottobre 2012
Robert Doisneau - Paris en Libertè
E' in corso a Roma presso il Palazzo delle Esposizioni in via Nazionale una retrospettiva di duecento fotografie del celebre fotografo francese Robert Doisneau ( Gentillly, 14 aprile 1912 - Montrouge, 1 aprile 1994). Celebrato come il più illustre rappresentante della fotografia umanista, Robert Doisneau viene ricordato soprattutto per la celebre immagine Bacio all' Hotel de Ville ( 1950), che ritrae una giovane coppia francese intenta a scambiarsi un bellissimo e appassionato bacio tra la folla e il traffico caotico, frenetico e forse insensato della capitale francese. Le immagini e i soggetti preferiti di Doisneau sono piccole scene di vita quotidiana, strade, vetrine, cafè, musiciste di fisarmonica, ballerine, prostitute, passanti, turisti e particolari che normalmente si sottovalutano, credendoli erroneamente ordinari o privi di interesse. Doisneau celebra Parigi e i suoi abitanti con scatti mai banali, cogliendo sempre quel particolare che rende l'immagine unica e indimenticabile. Come, appunto, questo magnifico atto di tenerezza. Universale.
La mostra terminerà il 3 febbraio 2013.
La mostra terminerà il 3 febbraio 2013.
domenica 14 ottobre 2012
Uno per uno è uguale a uno
Uno per uno è uguale a uno
Ne consegue che in due sei comunque solo
Ne consegue che in due sei una cosa sola con l' altro
Ne consegue che l' altro è solo come te
Vera Pavlova
Ne consegue che in due sei comunque solo
Ne consegue che in due sei una cosa sola con l' altro
Ne consegue che l' altro è solo come te
Vera Pavlova
venerdì 12 ottobre 2012
Dio
Ma Dio non è un fantasma dorato
Non è una belva, non brace di stelle
E' solo una sfera spoglia
Vuota e senza sesso
Egli è sospeso nella camera
Sotto il soffitto
E guarda, guarda giù
Con una pupilla invisibile
Ha trasformato in una prigione
Il mio inchiostro, il tavolo
Gli consegnerò tutto
E rimarrò spoglio
Sergej Stratanovskij
Non è una belva, non brace di stelle
E' solo una sfera spoglia
Vuota e senza sesso
Egli è sospeso nella camera
Sotto il soffitto
E guarda, guarda giù
Con una pupilla invisibile
Ha trasformato in una prigione
Il mio inchiostro, il tavolo
Gli consegnerò tutto
E rimarrò spoglio
Sergej Stratanovskij
Ti sei stancata di portare il mio peso
Ti sei stancata di portare il mio peso
ti sei stancata delle mie mani
dei miei occhi della mia ombra
le mie parole erano incendi
le mie parole eran pozzi profondi
verrà un giorno un giorno improvvisamente
sentirai dentro di te
le ombre dei miei passi
che si allontanano
e quel peso sarà il più grave.
Nazim Hikmet
ti sei stancata delle mie mani
dei miei occhi della mia ombra
le mie parole erano incendi
le mie parole eran pozzi profondi
verrà un giorno un giorno improvvisamente
sentirai dentro di te
le ombre dei miei passi
che si allontanano
e quel peso sarà il più grave.
Nazim Hikmet
giovedì 11 ottobre 2012
Il cuore nel boccale
Nello studio del dottore Imrè Littman, sul tavolo,
c'è il cuore della signora Janos Sciabai.
Se ne sta un po' imbronciato e un po' orgoglioso
dritto in un boccale circondato di rose
che di calde albicocche hanno il colore.
E' tagliato nel mezzo da un lungo segno fine
il cuore che fu quello della signora Sciabai.
Dottore, da che viene quella ferita? Un bisturi,
una frase malevola, un'azione sleale?
C'è qualcuno che piange la signora Sciabai?
Trent' anni ha, dice l'etichetta nera,
il cuore che fu quello della signora Sciabai.
Che fa il signor Sciabai, lo sposo ch'ebbe forse?
Prende l'aperitivo contemplando la sera
come sempre, dai vetri del caffè Rojakèrt?
Eccolo denudato in quel vaso bizzarro
il cuore che fu quello della signora Sciabai.
Chi lo sa quante volte ella ha riempito
di dolci marmellate boccali di quel tipo
ma il coperchio per certo non era di garza.
Sta qui se pure senza ritorno è partito
il cuore che fu quello della signora Sciabai.
Il dottore si è messo quel viscere di fronte
tenta di penetrare il segreto che nasconde
la morte venne da un' arteria o dall' amore?
Che nello studio chiaro di un medico sapiente
come il cuore della signora Janos Sciabai
dopo di noi possa servire a qualcosa
il nostro cuore, accanto ad una bellissima rosa,
in un boccale pulito, come fosse vivente.
Nazim Hikmet
c'è il cuore della signora Janos Sciabai.
Se ne sta un po' imbronciato e un po' orgoglioso
dritto in un boccale circondato di rose
che di calde albicocche hanno il colore.
E' tagliato nel mezzo da un lungo segno fine
il cuore che fu quello della signora Sciabai.
Dottore, da che viene quella ferita? Un bisturi,
una frase malevola, un'azione sleale?
C'è qualcuno che piange la signora Sciabai?
Trent' anni ha, dice l'etichetta nera,
il cuore che fu quello della signora Sciabai.
Che fa il signor Sciabai, lo sposo ch'ebbe forse?
Prende l'aperitivo contemplando la sera
come sempre, dai vetri del caffè Rojakèrt?
Eccolo denudato in quel vaso bizzarro
il cuore che fu quello della signora Sciabai.
Chi lo sa quante volte ella ha riempito
di dolci marmellate boccali di quel tipo
ma il coperchio per certo non era di garza.
Sta qui se pure senza ritorno è partito
il cuore che fu quello della signora Sciabai.
Il dottore si è messo quel viscere di fronte
tenta di penetrare il segreto che nasconde
la morte venne da un' arteria o dall' amore?
Che nello studio chiaro di un medico sapiente
come il cuore della signora Janos Sciabai
dopo di noi possa servire a qualcosa
il nostro cuore, accanto ad una bellissima rosa,
in un boccale pulito, come fosse vivente.
Nazim Hikmet
martedì 9 ottobre 2012
Monologo alle 3 di notte
Meglio che ogni fibra si spezzi
e il furore dilaghi
e il sangue vivo inzuppi
letto, tappeto, pavimento
e l'almanacco istoriato di serpenti
che ti conferma
a un milione di contee da qui,
che non sedere muta, con questi spasmi
sotto stelle pungenti,
con l'occhio fisso, con maledizioni
ad annerire il momento in cui
furono detti gli addii e lasciati andare i treni
e io, grande idiota magnanima, fui così strappata
al mio unico regno.
Sylvia Plath
e il furore dilaghi
e il sangue vivo inzuppi
letto, tappeto, pavimento
e l'almanacco istoriato di serpenti
che ti conferma
a un milione di contee da qui,
che non sedere muta, con questi spasmi
sotto stelle pungenti,
con l'occhio fisso, con maledizioni
ad annerire il momento in cui
furono detti gli addii e lasciati andare i treni
e io, grande idiota magnanima, fui così strappata
al mio unico regno.
Sylvia Plath
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