Il cielo notturno è solo una specie di carta carbone
neroblu, perforata dai punti delle stelle
che lasciano passare la luce, uno spioncino dopo l'altro-
una luce bianco osso, come la morte, dietro ogni cosa.
Sotto gli occhi delle stelle e il rictus della luna
egli patisce il suo guanciale deserto e l'insonnia
spande in ogni direzione la sua sabbia sottile e fastidiosa.
Replicato senza sosta, il vecchio film sgranato
rivela gli imbarazzi: i giorni piovvigginosi
dell'infanzia e dell'adolescenza, appiccicosi di sogni,
le facce dei genitori su lunghi steli, severe o afflitte,
un roseto infestato di insetti che l'aveva fatto piangere.
La sua fronte è tutta bozzi come un sacco di pietre.
I ricordi sgomitano per un primo piano come divi al tramonto.
Le pillole non gli fanno effetto: rosse, viola, azzurre-
Come illuminavano il tedio della sera prolungata!
Quei pianeti zuccherini il cui influsso ottenne
per qualche tempo una vita battezzata in non-vita
e i dolci risvegli stuporosi di un infante smemorato.
Ora le pillole sono consunte e ridicole, come antichi dèi.
I loro colori ninnananna non lo aiutano più.
La sua testa è un piccolo interno di specchi grigi.
Ogni gesto sparisce subito giù per un corridoio
di prospettive in fuga, e il suo significato
scorre via come acqua dal foro al capo opposto.
Lui vive esposto in una stanza senza palpebre,
le fessure nude degli occhi irrigidite e spalancate
nell'incessante lampeggiare delle situazioni.
E' tutta la notte che nel cortile di granito gatti invisibili
urlano come donne o strumenti stonati.
Già sente avvicinarsi la luce, la sua bianca malattia,
col suo cappello pieno di banali ripetizioni.
Ormai la città è una mappa di allegri cinguettii
e dappertutto le persone, con occhi argento-mica e vacui,
vanno al lavoro in fila, come reduci da un lavaggio del cervello.
Sylvia Plath
domenica 23 settembre 2012
mercoledì 19 settembre 2012
Se devo vivere
Se devo vivere di te, che sia duro e cruento,
la minestra fredda, le scarpe rotte, o che a metà dell' opulenza
si alzi il secco ramo della tosse, che latra
il tuo nome deformato, le vocali di spuma, e nelle dita
mi si incollino le lenzuola, e niente mi dia pace.
Non imparerò per questo a meglio amarti,
però sloggiato dalla felicità
saprò quanta me ne davi a volte soltanto standomi nei pressi.
Questo voglio capirlo, ma mi inganno:
sarà necessaria la brina dell' architrave
perché colui che si ripara sotto il portale comprenda
la luce della sala da pranzo, le tovaglie di latte, e l' aroma
del pane che passa la sua mano bruna per la fessura.
Tanto lontano ormai da te
come un occhio dall' altro,
da questa avversità che assumo nascerà presto
lo sguardo che ti meriti.
Julio Cortàzar
la minestra fredda, le scarpe rotte, o che a metà dell' opulenza
si alzi il secco ramo della tosse, che latra
il tuo nome deformato, le vocali di spuma, e nelle dita
mi si incollino le lenzuola, e niente mi dia pace.
Non imparerò per questo a meglio amarti,
però sloggiato dalla felicità
saprò quanta me ne davi a volte soltanto standomi nei pressi.
Questo voglio capirlo, ma mi inganno:
sarà necessaria la brina dell' architrave
perché colui che si ripara sotto il portale comprenda
la luce della sala da pranzo, le tovaglie di latte, e l' aroma
del pane che passa la sua mano bruna per la fessura.
Tanto lontano ormai da te
come un occhio dall' altro,
da questa avversità che assumo nascerà presto
lo sguardo che ti meriti.
Julio Cortàzar
martedì 18 settembre 2012
Nozze di sparvieri nel fogliame secco
Ci avviamo verso l' Autunno,
rincorrendoci, squittendo, piangendo,
due sparvieri dalle ali stanche.
L' Estate ha ormai nuovi padroni,
sbattono le ali i giovani astori,
e combattono battaglie di baci.
Voliamo via dall' Estate, cacciati,
ci fermiamo nell' Autunno, da qualche parte,
con piume alzate, innamorati.
Sono le nostre ultime nozze:
ci scaviamo nella carne,
e cadiamo morti sul secco fogliame.
Endre Ady
rincorrendoci, squittendo, piangendo,
due sparvieri dalle ali stanche.
L' Estate ha ormai nuovi padroni,
sbattono le ali i giovani astori,
e combattono battaglie di baci.
Voliamo via dall' Estate, cacciati,
ci fermiamo nell' Autunno, da qualche parte,
con piume alzate, innamorati.
Sono le nostre ultime nozze:
ci scaviamo nella carne,
e cadiamo morti sul secco fogliame.
Endre Ady
lunedì 3 settembre 2012
$$$$$$
ho sempre avuto problemi
con i soldi.
in questo posto dove lavoravo
tutti mangiavano hot dog
e patatine fritte
alla mensa aziendale
per 3 giorni prima della
paga.
io volevo le bistecche,
andai persino dal direttore
della mensa e
gli dissi di darci
le bistecche, si rifiutò.
mi dimenticavo i giorni di paga.
avevo un tasso di assenteismo piuttosto alto e
quando arrivava il giorno di paga tutti
cominciavano a parlarne.
"giorno di paga?" facevo, "cazzo, oggi è
giorno di paga? mi sono dimenticato di ritirare
l'ultimo assegno..."
"piantala con queste stronzate..."
"no, no, sul serio..."
mi alzavo di scatto e andavo all'ufficio paghe
e ovviamente i soldi
c'erano e così tornavo e glieli facevo
vedere. "Cristo, me n'ero proprio
dimenticato..."
Non so perchè ma si
arrabbiavano. poi passava
il cassiere con un altro assegno. "Gesù" facevo, "un altro".
e loro si
arrabbiavano.
alcuni facevano
il doppio lavoro
il giorno più brutto
pioveva molto forte,
non avevo un impermeabile così
mi misi un cappotto molto vecchio che non usavo
da mesi e
arrivai un pò in ritardo
mentre loro erano già al lavoro.
frugai nel cappotto per cercare
le sigarette
e ci trovai un biglietto da 5 dollari
nella tasca laterale:
"ehi, guardate", dissi, " ho appena trovato
un biglietto da 5
dollari che non sapevo di avere, che
buffo".
"ehi, amico, piantala con queste
stronzate!"
"no, no, sul serio , veramente, mi ricordo
che avevo questo cappotto quando
ho fatto il giro dei bar
ubriaco. me li hanno fregati troppe volte,
e c' ho paura... levo i soldi dal
portafogli e me li nascondo addosso
dappertutto".
"siediti e mettiti al
lavoro".
allungai la mano nella tasca interna:
"ehi, guardate, ce n'è uno da VENTI! Dio ecco qua
una da VENTI che non sapevo di
avere! sono
RICCO!"
"non ci fai ridere figlio di
puttana..."
"ehi, Dio mio, qui ce n'è UN ALTRO
da venti! è troppo, proprio
troppo... lo sapevo che non m'ero speso tutti quei
soldi quella sera.
pensavo che me li avessero
fregati di nuovo..."
continuai a frugare nel
cappotto. "ehi! eccone uno da dieci e
uno da cinque! mio Dio..."
"senti, ti ho detto di sederti
e chiudere il becco..."
"mio dio, sono RICCO... non ho nemmeno bisogno
di fare questo lavoro..."
"amico, mettiti a sedere..."
una volta seduto ne trovai un altro da dieci
ma non dissi
nulla.
sentivo le ondate d'odio ed
ero imbarazzato
credevano che
avessi architettato il tutto
apposta per farli
stare male. non ne avevo
l'intenzione. quelli che campano di hot dog
e patatine fritte
i 3 giorni prima della paga
stanno già male abbastanza.
mi sedetti
mi piegai in avanti e
cominciai a lavorare.
fuori
continuava a
piovere.
Charles Bukowski
con i soldi.
in questo posto dove lavoravo
tutti mangiavano hot dog
e patatine fritte
alla mensa aziendale
per 3 giorni prima della
paga.
io volevo le bistecche,
andai persino dal direttore
della mensa e
gli dissi di darci
le bistecche, si rifiutò.
mi dimenticavo i giorni di paga.
avevo un tasso di assenteismo piuttosto alto e
quando arrivava il giorno di paga tutti
cominciavano a parlarne.
"giorno di paga?" facevo, "cazzo, oggi è
giorno di paga? mi sono dimenticato di ritirare
l'ultimo assegno..."
"piantala con queste stronzate..."
"no, no, sul serio..."
mi alzavo di scatto e andavo all'ufficio paghe
e ovviamente i soldi
c'erano e così tornavo e glieli facevo
vedere. "Cristo, me n'ero proprio
dimenticato..."
Non so perchè ma si
arrabbiavano. poi passava
il cassiere con un altro assegno. "Gesù" facevo, "un altro".
e loro si
arrabbiavano.
alcuni facevano
il doppio lavoro
il giorno più brutto
pioveva molto forte,
non avevo un impermeabile così
mi misi un cappotto molto vecchio che non usavo
da mesi e
arrivai un pò in ritardo
mentre loro erano già al lavoro.
frugai nel cappotto per cercare
le sigarette
e ci trovai un biglietto da 5 dollari
nella tasca laterale:
"ehi, guardate", dissi, " ho appena trovato
un biglietto da 5
dollari che non sapevo di avere, che
buffo".
"ehi, amico, piantala con queste
stronzate!"
"no, no, sul serio , veramente, mi ricordo
che avevo questo cappotto quando
ho fatto il giro dei bar
ubriaco. me li hanno fregati troppe volte,
e c' ho paura... levo i soldi dal
portafogli e me li nascondo addosso
dappertutto".
"siediti e mettiti al
lavoro".
allungai la mano nella tasca interna:
"ehi, guardate, ce n'è uno da VENTI! Dio ecco qua
una da VENTI che non sapevo di
avere! sono
RICCO!"
"non ci fai ridere figlio di
puttana..."
"ehi, Dio mio, qui ce n'è UN ALTRO
da venti! è troppo, proprio
troppo... lo sapevo che non m'ero speso tutti quei
soldi quella sera.
pensavo che me li avessero
fregati di nuovo..."
continuai a frugare nel
cappotto. "ehi! eccone uno da dieci e
uno da cinque! mio Dio..."
"senti, ti ho detto di sederti
e chiudere il becco..."
"mio dio, sono RICCO... non ho nemmeno bisogno
di fare questo lavoro..."
"amico, mettiti a sedere..."
una volta seduto ne trovai un altro da dieci
ma non dissi
nulla.
sentivo le ondate d'odio ed
ero imbarazzato
credevano che
avessi architettato il tutto
apposta per farli
stare male. non ne avevo
l'intenzione. quelli che campano di hot dog
e patatine fritte
i 3 giorni prima della paga
stanno già male abbastanza.
mi sedetti
mi piegai in avanti e
cominciai a lavorare.
fuori
continuava a
piovere.
Charles Bukowski
sabato 1 settembre 2012
Incontro
Ah, quando sei lontano e
nessuno più nomina il tuo nome
quando e ovunque mi rechi sento
cupo e gelido un vuoto
comincio a credere che tu sia solo un sogno
nato dalle brame della mia mente,
e a questo sogno ho dato vita e nome
e in ultimo il tuo aspetto
ma quando pi ti vedo e posso
sentire le tue forti parole,
posarti ancora il capo sulla spalla
ascoltare il suono della tua voce
allora so che il resto è solo notte,
malvagi sogni che presto scorderò,
so che tu mi porti nella luce
e che in te dimorano la vita e il giorno.
Karen Blixen
nessuno più nomina il tuo nome
quando e ovunque mi rechi sento
cupo e gelido un vuoto
comincio a credere che tu sia solo un sogno
nato dalle brame della mia mente,
e a questo sogno ho dato vita e nome
e in ultimo il tuo aspetto
ma quando pi ti vedo e posso
sentire le tue forti parole,
posarti ancora il capo sulla spalla
ascoltare il suono della tua voce
allora so che il resto è solo notte,
malvagi sogni che presto scorderò,
so che tu mi porti nella luce
e che in te dimorano la vita e il giorno.
Karen Blixen
giovedì 2 agosto 2012
Julia Margaret Cameron
Nata in una colonia inglese di Calcutta, Garden Reach, l' 11 giugno 1815, approda alla fotografia solo verso i cinquant'anni, quando la figlia maggiore le regala un apparecchio fotografico per daggherottipi e talbotipia. E' l'inizio di una vera e propria passione - ritenuta da molti amici e conoscenti un' ossessione - la Cameron allestisce da sé il proprio laboratorio, che battezza Glass House, in origine un vecchio pollaio. Lo "studio" è piuttosto malconcio, e, fatto molto importante, manca l'acqua. La Cameron è quindi costretta a correre a prenderla da un pozzo nelle vicinanze, per fissare ogni stampa. I risultati dei primi esperimenti si presentano in stampe molto sciupate, con i contorni eccessivamente sfocati. Decisa a non abbandonare l'arte fotografica ( anche se, agli albori, la fotografia veniva considerata solo un passatempo e non un' arte paragonabile a quelle plastiche come la pittura e la scultura ), Julia Margaret Cameron seguita a sperimentare, da autodidatta - arrivando ad ottenere effetti incredibili e un insospettabile successo, che la rende in breve tempo famosa. Inizia a scattare i primi ritratti, scegliendo bambine e giovani donne. E' solita far lavare i capelli delle sue modelle per "ottenere un effetto aureolante". I ritratti sono intrisi di romanticismo vittoriano, ma sono anche veicoli per studiare la psicologia dei modelli, spesso impenetrabile e ambigua. Ogni ritratto è un vero e proprio studio sulla personalità del modello, realizzato con intensi - e, al tempo stesso, sfocati - primi piani. Lo stesso Lewis Carroll, suo contemporaneo e anch' egli fotografo, apprezza ( a volte un pò meno, e senza risparmiare decise stroncature) le opere della Cameron. Julia ritrae alcuni dei personaggi più celebri e importanti dell' epoca: da William Michael Rossetti al poeta Tennyson con i figli, dall' amico e consulente Sir John Herschel a Charles Darwin. E' una cacciatrice di celebrità, molto attenta alla fisionomia e alla psicologia, e molti si tengono alla larga da casa sua, per non essere immortalati. La personalissima ricerca stilistica porta la Cameron al Pittorialismo, un movimento artistico nato nella seconda metà dell' 800 per attribuire le stesse caratteristiche della pittura e della scultura alla fotografia per motivazioni esclusivamente estetiche. Julia Margaret Cameron è ammessa alla Royal Photographic Society, ma nel 1875 deve abbandonare la sua passione per mancanza di soldi e materiale. Muore nel 1879. La riscopre negli anni '30 una pronipote d' eccezione: Virginia Woolf, che scriverà una commedia in tre atti intitolata Freshwater, dedicata alla Cameron e al suo circolo di amici. Julia Margaret Cameron è ritenuta la prima donna fotografa della storia.






martedì 24 luglio 2012
Entr' acte: la vera storia di Cappuccetto Rosso
C'era una volta una bambina che fu mandata a portare il pane e il latte alla nonna. Mentre attraversava il bosco incontrò un lupo, che le domandò dove stesse andando. " Sto andando dalla nonna." Il lupo scappò via e giunse a casa della nonna prima di lei. Uccise la nonna, versò il suo sangue in una bottiglia e affettò le sue carni su di un vassoio. Poi, indossò la sua camicia da notte e si mise ad aspettare nel letto. Toc toc. "Entra, mia cara." " Ti ho portato il pane e il latte, nonnina." Mangia qualcosa, mia cara. Nella dispensa c'è della carne e del vino." La bambina mangiò quello che la nonna le aveva offerto. Quando ebbe finito, un micio commentò: " Che screanzata! Ha mangiato la carne di sua nonna e ne ha bevuto il sangue!" E poi il lupo disse: " Spogliati e vieni qui nel letto accanto a me." "Dove metto la gonna?" "Gettala nel fuoco: non ti servirà mai più." Via via che si spogliava la bambina faceva la stessa domanda: " Dove metto il grembiule? E il corpetto? E le calze?", e ogni volta il lupo rispondeva: "Nel fuoco: non ti servirà mai più." Quando la piccola entrò nel letto, esclamò: "Nonna... quanti peli hai!" "E' per tenermi calda, mia cara." "Oh, nonna... che unghie lunghe che hai!" " E' per grattarmi meglio." "Oh, nonna... che denti grandi che hai!" "Per mangiarti meglio, mia cara." E la divorò.
lunedì 16 luglio 2012
Da lei all' eternità - Nick Cave
Voglio raccontarvi di una ragazza
Sapete, viveva nella stanza 29
Esattamente quella sopra la mia
Io comincio a piangere, io comincio a piangere -e
O la sento camminare
Camminare scalza sulle assi del pavimento
Per tutta questa notte solitaria
E io stesso sento anche lei che piange
Lacrime calde che scendono giù
Filtrando attraverso le fessure
Giù sul mio viso, le lascio scivolare nella mia bocca!
Cammina e piange, cammina e piange - e!
Da lei all' eternità
Da lei all' eternità
Da lei all' eternità
Sulle sue lenzuola lessi il suo diario
Esaminando ogni microscopico granello di polvere
Strappai una pagina e me la infilai sotto la maglia
Scappai dalla finestra
E scesi aggrappato ad un rampicante
Fuori dal suo incubo e nuovamente dentro il mio
Il mio! O sì, il mio!
Da lei all' eternità
Da lei all' eternità
Da lei all' eternità
Piangere! Piangere! Piangere!
Gioca a fare l' intellettuale, ci scommetto!
E stando così con l' orecchio rivolto al soffitto
Sentite, io so che può sembrare assurdo
Ma posso sentire il suono più malinconico
Che io abbia mai sentito!
Cammina e piange, si inginocchia e piange!
Da lei all' eternità
Da lei all' eternità
O ditemi perché? Perché? Perché?
Perché il soffitto trema ancora?
Perché i mobili diventano serpenti e vipere?
Questo desiderio di possederla è un vero strazio
E mi tormenta come una megera
Ma io so bene che possederla
Significa non desiderarla
O, O, O adesso sapete, quella ragazzina vorrebbe andarsene!
Via! Via - a - a! Da lei all' eternità.
Sapete, viveva nella stanza 29
Esattamente quella sopra la mia
Io comincio a piangere, io comincio a piangere -e
O la sento camminare
Camminare scalza sulle assi del pavimento
Per tutta questa notte solitaria
E io stesso sento anche lei che piange
Lacrime calde che scendono giù
Filtrando attraverso le fessure
Giù sul mio viso, le lascio scivolare nella mia bocca!
Cammina e piange, cammina e piange - e!
Da lei all' eternità
Da lei all' eternità
Da lei all' eternità
Sulle sue lenzuola lessi il suo diario
Esaminando ogni microscopico granello di polvere
Strappai una pagina e me la infilai sotto la maglia
Scappai dalla finestra
E scesi aggrappato ad un rampicante
Fuori dal suo incubo e nuovamente dentro il mio
Il mio! O sì, il mio!
Da lei all' eternità
Da lei all' eternità
Da lei all' eternità
Piangere! Piangere! Piangere!
Gioca a fare l' intellettuale, ci scommetto!
E stando così con l' orecchio rivolto al soffitto
Sentite, io so che può sembrare assurdo
Ma posso sentire il suono più malinconico
Che io abbia mai sentito!
Cammina e piange, si inginocchia e piange!
Da lei all' eternità
Da lei all' eternità
O ditemi perché? Perché? Perché?
Perché il soffitto trema ancora?
Perché i mobili diventano serpenti e vipere?
Questo desiderio di possederla è un vero strazio
E mi tormenta come una megera
Ma io so bene che possederla
Significa non desiderarla
O, O, O adesso sapete, quella ragazzina vorrebbe andarsene!
Via! Via - a - a! Da lei all' eternità.
giovedì 12 luglio 2012
Dal diario di Etty Hillesum
Lunedì 4 agosto 1941, le due e mezzo di pomeriggio. S. dice che l'amore per tutti gli uomini è superiore all'amore per un uomo solo: perché l'amore per il singolo è una forma di amore di sé. S. è un uomo maturo di 55 anni, che ha raggiunto questo stadio di amore per tutti gli uomini dopo aver amato molte persone singole, nel corso della sua lunga vita. Io sono una donnetta di 27 anni; anch'io mi porto dentro questo grande amore per tutta l'umanità, eppure mi domando se non continuerò a cercarmi il mio unico uomo. E mi domando fino a che punto questo sia un limite della donna: fino a che punto si tratti cioè di una tradizione di secoli, da cui la donna si debba affrancare, oppure una qualità talmente essenziale che la donna farebbe violenza a se stessa se desse il proprio amore a tutta l'umanità ( non sono ancora in grado di concepire una sintesi ). Forse, la mancanza di donne nel campo della scienza e nell'arte si spiega così: col fatto che la donna si cerca sempre un uomo solo, a cui trasmette poi tutta la propria conoscenza, calore, amore, capacità creativa.
La donna cerca l'uomo e non l'umanità.
(...)
27 febbraio, venerdì mattina, le dieci. Mi sembra presuntuoso affermare che un uomo possa determinare il proprio destino dall'interno. Quel che invece un uomo ha in mano è il proprio orientamento interiore verso il destino. I fatti esterni non bastano per capire la vita di una persona: bisogna conoscere i sogni, i rapporti con la famiglia, gli stati d'animo, le delusioni, la malattia e la morte.
Mercoledì mattina presto, quando con un gruppo numeroso ci siamo trovati in quel locale della Gestapo, i fatti delle nostre vite erano tutti uguali: eravamo tutti nello stesso ambiente, gli uomini dietro alla scrivania come quelli che venivano interrogati. Ciò che qualificava la vita di ciascuno era l'atteggiamento interiore verso quei fatti. Si notava subito un giovane che camminando su e giù con un'espressione palesemente scontenta, assillata e tormentata. Cercava in continuazione pretesti per urlare a quei disgraziati ebrei: "Mani fuori dalle tasche, per favore...", ecc. Per me era da compiangere più di coloro a cui stava urlando; e questi, a loro volta, facevano pena nella misura in cui erano impauriti. Quando mi sono presentata davanti alla scrivania, mi ha urlato improvvisamente: " Che ci trova di ridicolo?". Avrei risposto volentieri: "Niente, tranne lei" , ma per diplomazia m'è parso meglio lasciar stare. "Lei ride tutto il tempo" continuava a urlare lui. E io in tutta innocenza: "Non me ne accorgo proprio, è la mia faccia normale". E lui: "Per favore non dica scemenze, vada fffuori", con una faccia che voleva dire: tra poco mi sentirai. Credo che questo fosse il momento psicologico in cui avrei dovuto spaventarmi a morte, ma quel trucco l'ho capito troppo in fretta.
In fondo, io non ho paura. Non per una forma di temerarietà, ma perché sono cosciente del fatto che ho sempre a che fare con degli esseri umani, e che cercherò di capire ogni espressione, di chiunque sia e fin dove mi sarà possibile. E il fatto storico di quella mattina non era che un infelice ragazzo della Gestapo si mettesse a urlare contro di me, ma che francamente io non ne provassi sdegno - anzi, che mi facesse pena, tanto che avrei voluto chiedergli: hai avuto una giovinezza così triste, o sei stato tradito dalla tua ragazza? Aveva un'aria così tormentata e assillata, del resto anche molto sgradevole e molle.
Avrei voluto cominciare subito a curarlo, ben sapendo che questi ragazzi sono da compiangere fin tanto che non sono in grado di fare del male, ma che diventano pericolosissimi se sono lasciati liberi di avventarsi sull'umanità. E' solo il sistema che usa questo tipo di persone a essere criminale. E quando si parla di sterminare, allora che sia il male dell'uomo, non l'uomo stesso.
Un'altra cosa ancora dopo quella mattina: la mia consapevolezza di non essere capace di odiare gli uomini malgrado il dolore e l'ingiustizia che ci sono al mondo, la coscienza che tutti questi orrori non sono un pericolo misterioso e lontano al di fuori di noi, ma che si trovano vicinissimi e nascono dentro di noi. E perciò sono molto più famigliari e assai meno terrificanti. Quel che fa paura è il fatto che certi sistemi possono crescere al punto di superare gli uomini e da tenerli stretti in una morsa diabolica, gli autori come le vittime: così, grandi edifici e torri, costruiti dagli uomini con le loro mani, s'innalzano sopra di noi, ci dominano, e possono crollarci addosso e seppellirci.
Venerdi mattina. Una volta è un Hitler; un'altra è Ivan il Terribile, per quanto mi riguarda; in un caso è la rassegnazione, in un altro sono le guerre, o la peste e i terremoti e la carestia. Quel che conta in definitiva è come si porta, sopporta e risolve il dolore, e se si riesce a mantenere intatto un pezzetto della propria anima.
Etty Hillesum. Middelburg, 15 gennaio 1914 - Auschwitz , 30 novembre 1943.
La donna cerca l'uomo e non l'umanità.
(...)
27 febbraio, venerdì mattina, le dieci. Mi sembra presuntuoso affermare che un uomo possa determinare il proprio destino dall'interno. Quel che invece un uomo ha in mano è il proprio orientamento interiore verso il destino. I fatti esterni non bastano per capire la vita di una persona: bisogna conoscere i sogni, i rapporti con la famiglia, gli stati d'animo, le delusioni, la malattia e la morte.
Mercoledì mattina presto, quando con un gruppo numeroso ci siamo trovati in quel locale della Gestapo, i fatti delle nostre vite erano tutti uguali: eravamo tutti nello stesso ambiente, gli uomini dietro alla scrivania come quelli che venivano interrogati. Ciò che qualificava la vita di ciascuno era l'atteggiamento interiore verso quei fatti. Si notava subito un giovane che camminando su e giù con un'espressione palesemente scontenta, assillata e tormentata. Cercava in continuazione pretesti per urlare a quei disgraziati ebrei: "Mani fuori dalle tasche, per favore...", ecc. Per me era da compiangere più di coloro a cui stava urlando; e questi, a loro volta, facevano pena nella misura in cui erano impauriti. Quando mi sono presentata davanti alla scrivania, mi ha urlato improvvisamente: " Che ci trova di ridicolo?". Avrei risposto volentieri: "Niente, tranne lei" , ma per diplomazia m'è parso meglio lasciar stare. "Lei ride tutto il tempo" continuava a urlare lui. E io in tutta innocenza: "Non me ne accorgo proprio, è la mia faccia normale". E lui: "Per favore non dica scemenze, vada fffuori", con una faccia che voleva dire: tra poco mi sentirai. Credo che questo fosse il momento psicologico in cui avrei dovuto spaventarmi a morte, ma quel trucco l'ho capito troppo in fretta.
In fondo, io non ho paura. Non per una forma di temerarietà, ma perché sono cosciente del fatto che ho sempre a che fare con degli esseri umani, e che cercherò di capire ogni espressione, di chiunque sia e fin dove mi sarà possibile. E il fatto storico di quella mattina non era che un infelice ragazzo della Gestapo si mettesse a urlare contro di me, ma che francamente io non ne provassi sdegno - anzi, che mi facesse pena, tanto che avrei voluto chiedergli: hai avuto una giovinezza così triste, o sei stato tradito dalla tua ragazza? Aveva un'aria così tormentata e assillata, del resto anche molto sgradevole e molle.
Avrei voluto cominciare subito a curarlo, ben sapendo che questi ragazzi sono da compiangere fin tanto che non sono in grado di fare del male, ma che diventano pericolosissimi se sono lasciati liberi di avventarsi sull'umanità. E' solo il sistema che usa questo tipo di persone a essere criminale. E quando si parla di sterminare, allora che sia il male dell'uomo, non l'uomo stesso.
Un'altra cosa ancora dopo quella mattina: la mia consapevolezza di non essere capace di odiare gli uomini malgrado il dolore e l'ingiustizia che ci sono al mondo, la coscienza che tutti questi orrori non sono un pericolo misterioso e lontano al di fuori di noi, ma che si trovano vicinissimi e nascono dentro di noi. E perciò sono molto più famigliari e assai meno terrificanti. Quel che fa paura è il fatto che certi sistemi possono crescere al punto di superare gli uomini e da tenerli stretti in una morsa diabolica, gli autori come le vittime: così, grandi edifici e torri, costruiti dagli uomini con le loro mani, s'innalzano sopra di noi, ci dominano, e possono crollarci addosso e seppellirci.
Venerdi mattina. Una volta è un Hitler; un'altra è Ivan il Terribile, per quanto mi riguarda; in un caso è la rassegnazione, in un altro sono le guerre, o la peste e i terremoti e la carestia. Quel che conta in definitiva è come si porta, sopporta e risolve il dolore, e se si riesce a mantenere intatto un pezzetto della propria anima.
Etty Hillesum. Middelburg, 15 gennaio 1914 - Auschwitz , 30 novembre 1943.
lunedì 2 luglio 2012
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